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03/12/2019
Socio Dirigente

Breve storia felice di Biennali d’arte, pioggia battente e bambini che fanno wow.

 

Sempre più spesso quando parliamo di strategie di lancio di prodotti o di brand ci troviamo a parlare del famigerato effetto “wow”, vera e propria onomatopea del ventunesimo secolo, che fa leva sui nostri archetipi più ancestrali e radicati, figli dell’infanzia e di quel periodo in cui le difese rispetto all’inaspettato non sono ancora fortificate.

 

Ecco parlando di effetto wow mi viene in mente lo sguardo di mio figlio Giacomo - circa cinque anni e mezzo - quando esce dal terminal dei treni di Santa Lucia e riscopre Venezia tutta quanta, tutta insieme: acqua, canali, barche, case che “sembrano tutti castelli” (cit.), ponti e campanili.

“Papaaaaaa WOOOOOOOWWWWW”

anzi

“Papaaaaaa UAUUUUUUUU”

 

è successo subito prima delle alluvioni, delle polemiche sul MOSE che non funziona, delle raccolte fondi e degli interventi accorati in difesa di Venezia.

Perché questa è una storia felice, non triste.

 

Andavamo alla 58* Biennale di Venezia.

 

Ogni due anni io e mia moglie ci portiamo i bambini per 2-3 giorni in un tentativo a tratti brutale di fornire un’educazione siberiana sull’arte contemporanea.

Non si scappa, fuori e dentro dai padiglioni dei Giardini, su e giù per l’Arsenale e tanta tanta strada a piedi.

Anche una scappata al Peggy Guggenheim, obbligatoria, che “bimbi vi fa bene all’anima guardare un Pollock dal vivo”.

 

Comunque pioveva moltissimo e Venezia era bellissima.

Anzi Venezia forse è sempre bellissima.

 

Comunque quello che voglio dire è che Venezia è l’effetto UAU incarnato in una città.

E la Biennale è l’effetto UAU incarnato in un allestimento che diventa performance: riscopre le forme semplici mentre flirta con le luci al neon e le videoinstallazioni di accusa sociale; vive il postmodernismo e si specchia nelle seduzioni degli oggetti di uso comune.

Nuovi media, vecchi media, arte, architettura, storie digitali e analogiche, performance e progetti che ci fanno interrogare su tutto e su niente.

 

E lì, in mezzo a tutto questo correre avanti e indietro, entriamo nel Padiglione della Grecia - non è uno dei padiglioni storicamente più significativi - e troviamo una grande distesa di bicchieri vuoti capovolti, stretti uno all’altro, vicini vicini, così fragili presi singolarmente, così forti tutti insieme da permetterci di camminarci sopra.

E così saliamo sulla distesa di bicchieri, camminiamo avanti e indietro e i miei bimbi dicono “UAU”.

 

E alla fine tutto si risolve a questo.

Potenza iconica della semplicità.


WOW.