70volte Sanremo, 80voglia di non perdermene nemmeno uno

10/02/2020
Project Leader & Communication Specialist

[E il mio contributo non richiesto cade preciso come la certezza del fatto che non capiremo in alcun modo i meccanismi di voto della manifestazione canora in oggetto] 


Per prima cosa un tema a cui teniamo molto: la pronuncia corretta è Festivàl, non Fèstival.

E mentre ve lo dico immaginatemi con l’intonazione di Hermione mentre, alla prima lezione di incantesimi, corregge Ron con un severo “è Levioooosa, non Leviosààààà”.

Sì, perché ci piace rivendicare l’origine latina della parola, dal latino medievale festivale[m], a sua volta derivante dal latino classico festivus, anche se oggi prevale l’influsso inglese con l’accento sulla prima sillaba.

D’altronde sono molte le parole anglofone che utilizziamo sempre -non senza un certo fastidio, per quanto mi riguarda- anche quando non è necessario: “Bisogna rivedere il copy di questa advertising perché il brand manager della holding ha modificato il brief inizialmente condiviso. Anche il layout non piace più, va bene un semplice restyling con il mood precedente”. E ogni giorno una pagina del vocabolario della lingua italiana muore. 

Ma non so perché sto aprendo questa polemica, magari ne parliamo un’altra volta, che comunque ci tengo.


Ué Sanremo! Quest’anno sono 70, un bell’evento aziendale non lo facciamo?! 

E io che mi aspettavo celebrazioni nostalgiche di ogni tipo. Invece nessun festeggiamento particolare in onore della cifra tonda (dovete sapere che io ho una passione incondizionata per i numeri interi, quando alzo o abbasso il volume di radio e tv ci tengo molto a scegliere un numero che finisca con 5 o 0. Ognuno ha i suoi problemi). 


A parte il fatto che odio anche la parola evento, sono comunque molte di più le cose che mi piacciono, e una di queste è proprio il Festivàl di Sanremo.

Negli anni mi è molte volte capitato di discutere sull’utilità contemporanea di una manifestazione del genere, e altrettante volte ho difeso molto, e rivendicato fortemente l’importanza che una kermesse di questo tipo può rivestire per la nostra società.


A parte il fatto che l’animo umano è debole e io mi lascio trasportare dal profumo dei fiori sanremesi e dal fascino della bellissima parola vintage Festivàl. A parte il fatto che la gara di Sanremo è uno degli esempi più fortunati di marketing territoriale, perché nasce negli anni ‘50 per portare turisti in Liguria nel mese di febbraio, quando in Liguria per evidenti motivi non ci va nessuno (da qui le ancora oggi presenti pubblicità ingannevoli sulla regione Liguria durante lo spettacolo, che ogni volta mi fanno dire “Ma quella secondo me non è la Liguria!”). A parte il fatto che nella vita non ci sono molte certezze ma Sanremo è proprio una di queste, e bisogna tenersela stretta. Sono riconducibili a Sanremo la maggior parte dei miei più indelebili ricordi televisivi: gli elastici delle mutande di Anna Oxa mentre canta “Senza pietà”, i capelli unti di Elisa l’anno che vince con “Luce”, i Placebo in polemica che spaccano le chitarre, ma soprattutto quella volta in cui l’idolo indiscusso di sempre minaccia di lanciarsi dal loggione del teatro e solo l’intervento di Pippo riesce a farlo desistere dall’intento suicida.

Qui ringraziamo le lobby dei suicidi, perché lo sappiamo tutti che era tutto organizzato per favorire gli ascolti.


Allora grazie anche al Sanremo 2020, per aver aggiunto un mio nuovo momento preferito alla lista di cose successe durante il Festivàl: Morgan che inizia a cantare, Bugo se ne va e non tornerà più. Scatta la squalifica. 

Perché se stai sveglio fino alle 2 del mattino per finire la puntata, il Festivàl ti ripaga. Sempre. 

(Più che altro Elettra cantava subito dopo).


Ma passiamo oltre queste amenità. Ci piace ricordare la tradizione canora popolare italiana, o quello che ne rimane, tra una seduta e l’altra dal chirurgo plastico. Adoro guardare Sanremo come si osserva una chiesa gotica, in modo estatico, e, contemporaneamente, con la malinconica certezza che comunque, anche provandoci, non potremmo mai riuscire a costruire tanta austera e perfetta perfezione (gioco di parole voluto).

Mi piace vedere come Sanremo resta incastrato tra il tentativo di non essere sagra ma voler essere talent, un po’ comizio un po’ spettacolo, risultando di fatto tutto questo contemporaneamente: quindi benvenuti Albano e Romina super ospiti (ma sono tornati insieme?), benvenuta Rita Pavone -però noi volevamo Ornella e Loredana. E poi, Patty Pravo dove sei? Ci manchi. Ma benvenuti anche esponenti della musica indie italiana che fino all’altro ieri ascoltavamo nei piccoli circoli, benvenuti vincitori di X Factor, e soprattutto benvenuti Elettra e Achille. 

Una gara liquida e tatuata, come è liquida e tatuata la nostra società. Una gara molto sanremese che non rinnega se stessa nemmeno con il voto live su Tik Tok. 

La musica sul palco è quella di oggi, non quella di 50 anni fa, nel bene e nel male. 

Quindi stantio a chi? Sanremo, io tivibi.


E ora la mia classifica.


1 - Achille Lauro, Me ne frego - La prima posizione che però dovrebbe essere un fuori classifica. Lui non ha cantato, lui ha performato. Ma siccome aveva una gorgiera (che mi servirebbe) per me ha vinto.


2 - Junior Cally, No grazie - nel suo testo una profezia, “Giuro la smetto con sta storia del rap, voglio scrivere canzoni d’amore per la mia ex” e poi Diodato vince per una canzone ipoteticamente scritta per Levante. Che dire.


3 - Piero Pelù, Gigante - lo avrei fatto vincere se avesse salutato il Festivàl come quella volta all’arena di Verona, sotto l’acquazzone: ‘Fanculo Sanremoh’.


4 - Raphael Gualazzi, Carioca - un pacioccone bravissimo, ma nel mio criterio di giudizio l’outfit conta parecchio. La prossima volta vestiti bene.


5 - Diodato, Fai rumore - commento monoparola: “vincerà”.


6 - Francesco Gabbani, Viceversa - canzone furba e faccia da schiaffi. Sesto nella mia classifica ma secondo o terzo nella realtà. I fatti mi daranno ragione.


7 - Elettra Lamborghini, Musica (e il resto scompare) - quanto volte il coro di Sanremo ha cantato il nome dell’artista prima di una canzone?! Elettra, insegnaci la vita. Elettra, insegnaci a twerkare.


8 - Levante, Tiki Bom Bom - molto alta in questa classifica in cui il criterio di voto ha tutta una sua logica. In questo caso, mi piacevano troppo le sue scarpe.


9 - Tosca, Ho amato tutto - bel compitino, interpretazione drammatica ben svolta, ma tanto non riusciremo mai a non cantare ‘Vorrei incontrarti tra 100 anni’ tutte le volte che ti vediamo.


10 - Anastasio, Rosso di rabbia - perché sei sempre così arrabbiato?! Promosso il look da Reichstag.


11 - Rancore, Eden - per qualche motivo il rap neomelodico non manca mai e per qualche motivo in questa classifica ottiene pure un discreto risultato.


12 - Paolo Jannacci, Voglio parlarti adesso - per tutto il tempo ho solo pensato al fatto che assomigliasse molto al padre. Insomma, noia.


13 - Le vibrazioni, Dov’è - vi capisco, anche io perdo sempre le cose.


14 - Pinguini tattici nucleari, Ringo Starr - mi stanno troppo antipatici. Un deja vu di quanto successo con Lo Stato Sociale due anni fa. Se la giocano con Gabbani, o terzi o secondi. Alla fine ci azzecco.


15 - Elodie, Andromeda - non ho un’opinione sulla canzone. Troppo Versaci, troppo vocalist, troppo “su le mani”.


16 - Enrico Nigiotti, Baciami adesso - caruccio, quindi ok.


17 - Riki, Lo sappiamo entrambi - che l’ultimo posto se lo meritava Urso.


18 - Marco Masini, Il confronto - quando nel testo cita il flipper ci ricorda bene quanto lui è lì per vincere. Ogni volta non ci riesce, ma sempre di più pare il modello di un barber shop rimasto sotto dal rockabilly.


19 - Giordana Angi, Come mia madre - ennesima voce graffiata sfornata da Maria nazionale. Fresca e innovativa come le fantasie floreali in primavera.


20 - Michele Zarrillo, Nell’estasi o nel fango - ok in entrambi i casi, basta che canti “L’elefante e la farfalla” al posto di sto strazio.


21 - Rita Pavone, Niente (resilienza 74) - la morte ti fa bella.


22 - Irene Grandi, Finalmente io - “sempre arrabbiata, sempre sbagliata” e che palle, hai 50 anni, facciamocene una ragione e andiamo avanti. Ma soprattutto diciamo a Vasco che non ci serviva.


23 - Alberto Urso, Il sole ad Est - è l’incubo dei tenorini che appare inesorabile.


-- Fuori classifica. Morgan e Bugo, Sincero - #DRAMA. Però peccato, la canzone mi piaceva parecchio.


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NB_ Per far meglio comprendere certe posizioni in classifica, tutto questo è il risultato della somma dei voti di: testo e arrangiamento, performance artistica, outfit.